Sicurezza: quando la propaganda oscura la realtà
Quando un tema centrale come la sicurezza diventa terreno di scontro elettorale, trasformandosi in una bandiera da curva di stadio, a rimetterci sono tutti i cittadini. Nelle ultime settimane il dibattito pubblico si è infiammato attorno a due pilastri: il nuovo Decreto Sicurezza e il caso di cronaca avvenuto a Rogoredo.
Il cuore del provvedimento è il cosiddetto “scudo penale”. La norma mira a tutelare gli operatori delle Forze dell’Ordine coinvolti in fatti di reato compiuti nell’esercizio del dovere, introducendo una novità procedurale: l’interruzione dell’automatismo nell’iscrizione al registro degli indagati. Se appare evidente che l’agente abbia agito per legittima difesa, stato di necessità o adempimento del dovere, il Pubblico Ministero procede a un’annotazione preliminare in un modello separato, anziché iscrivere subito il soggetto nel registro ordinario. Questo “periodo di grazia” ha un limite temporale di 120 giorni, estendibili di 30 per la richiesta di archiviazione, ed è accompagnato da un rimborso delle spese legali fino a 10.000 euro per grado di giudizio. Presentato dal Governo come una tutela di “buon senso” contro la gogna giudiziaria, il provvedimento solleva però dubbi sostanziali: il rischio è che una “presunzione di legittimità” eccessiva possa indebolire lo scrutinio giudiziario tempestivo, creando di fatto un’impunità preventiva o rallentando accertamenti cruciali.
A riportare la propaganda con i piedi per terra è arrivata la cronaca. Il 26 gennaio 2026, nel “boschetto della droga” a Milano, un pusher di 28 anni è stato ucciso da un agente di polizia. Nonostante le iniziali dichiarazioni di esponenti del Governo — che avevano invocato la legittima difesa — le indagini hanno ribaltato la scena: gli inquirenti hanno ipotizzato il depistaggio, sostenendo che un’arma finta sia stata “piazzata” accanto al corpo e i soccorsi ritardati di 20 minuti. L’emersione di questi gravi comportamenti ha costretto la politica a una complessa retromarcia. Il caso Rogoredo è diventato lo spartiacque del dibattito, dimostrando come, in assenza di un’indagine rapida, la verità possa essere facilmente oscurata. La domanda sorge spontanea: se tale norma fosse stata già pienamente operativa, avremmo assistito a una pressione investigativa così efficace?
La sicurezza dei cittadini meriterebbe una serietà maggiore, che vada ben oltre le norme procedurali. Esiste un problema reale e strutturale: al 2025 mancano all’appello circa 29.000 unità, pari all’11% dell’organico teorico. Tra il 2010 e il 2023, a causa del blocco del turnover, il personale è sceso del 5,4%.. Le promesse di assunzione, fissate in 14.900 unità entro il 2027, rischiano di essere vanificate dal taglio del turnover al 75% previsto per il 2026.
La risposta politica di questi anni si è concentrata sul “baratto” tra agenti in carne ed ossa e telecamere. Ci hanno convinti che la presenza virtuale potesse sostituire quella fisica, occultando però un dettaglio fondamentale: le telecamere registrano il reato, gli operatori lo impediscono. La tecnologia è un supporto, non un sostituto. Sostituire il controllo capillare del territorio con gli algoritmi significa rinunciare alla prevenzione per accontentarsi della cronaca video di un crimine già avvenuto. La sicurezza non si fa con gli scudi legali preventivi né con le promesse tecnologiche al risparmio; si fa investendo sulle persone, sulla loro dignità professionale e sul recupero dei presidi sociali nei nostri quartieri e paesi. È ora di smettere di usare le divise per la propaganda e iniziare a trattare la sicurezza come un servizio pubblico essenziale che richiede risorse reali, non solo slogan da campagna elettorale.


